Angese

Cosa fanno i Migliori Amici dell’uomo vi è ormai chiaro. Vi propongo questa imperdibile lettura tratta da Cacao, il quotidiano delle buone notizie comiche.
Vi parlo del modo di affrontare la morte di Angese non per rattristarvi ma perche’ dimostra che e’ possibile morire dolcemente.

Carissime, carissimi,
in questi giorni sono stato vicino a un caro amico che sta morendo: Sergio Angeletti, in arte Angese. Ve ne parlo non per rattristarvi ma per raccontarvi che e’ possibile affrontare la morte in modo diverso.

Ve lo dico perche’ credo che tutti abbiamo una paura fottuta del momento nel quale capisci che la tua vita sta per finire. E credo sia di conforto sapere che e’ possibile affrontare questo momento serenamente.
Non che Sergio non avesse paura o non fosse dispiaciuto (se la tua morte non ti crea scompiglio sei un lobotomizzato emotivo oppure sei stupido). Ma e’ riuscito a trovare un atteggiamento positivo anche di fronte a un evento cosi’ sconvolgente.
La settimana scorsa ho scritto che era stato ricoverato per una “cazzata”. Una peritonite agli intestini. Ma poi le complicazioni sono seguite alle complicazioni e si e’ via via aggravato. Pareva che la peritonite fosse un effetto collaterale di una precedente operazione, invece ieri sono arrivate le analisi istologiche che insieme ai risultati della Tac hanno dato informazioni che non lasciano speranze. Ieri sera e’ stato operato di nuovo d’urgenza anche se c’era poco da fare.
Ci siamo trovati intorno a lui che era ancora perfettamente lucido, desiderava avere intorno gli amici, almeno quelli che per ragioni geografiche potevano accorrere rapidamente.
Abbiamo parlato per ore con Paola, Irish, Rita, Angela ed Eleonora. Un po’ scherzando, Sergio sparava battute esilaranti, un po’ parlando del fatto che stava per morire. Era convinto di non risvegliarsi dall’anestesia. Ci ha dato istruzioni sulla sua sepoltura. E per la festa da fare al posto del funerale con i lamenti. Vuole essere cremato e seppellito ad Alcatraz sulla strada per la Torre, dove ci sono le pietre dipinte. Ha detto: “Seppellite li’ i miei resti… Nel cimitero indiano.” Vuole che ci mettiamo una pietra con sopra un cavallo dipinto, con il muso verso il ristorante, come se stesse tornando a casa dalla Torre. Poi ha voluto firmare la disposizione per essere cremato e una dichiarazione che richiedeva ai medici di evitare ogni accanimento terapeutico. E poi abbiamo parlato di cosa pensiamo succeda quando la vita finisce. Nessuno di noi e’ credente ma non riusciamo neanche a immaginare che non continui a esistere nulla di nulla dei pensieri e dei ricordi. Non abbiamo le idee chiare, e in fondo non e’ richiesto capirci qualche cosa di fronte al mistero della morte. Ma il semplice materialismo bruto (muori e basta) non ci sembra credibile. Forse non continua a esistere proprio la tua entita’ cosciente ma solo qualche cosa di piu’ labile… Ma proprio tutto tutto non puo’ sparire. Quanto meno resta l’eco della tua vita. Come quando una boccia colpisce un’altra boccia mettendola in moto. Beh, non siamo arrivati a grandi conclusioni.
Comunque era surreale vederci li’, intorno al suo letto a discutere della vita dopo la morte non in astratto ma come cosa imminente.
L’unica conclusione sicura a cui siamo giunti e’ che una volta che Sergio sara’ sepolto sotto la pietra con il cavallo dipinto, se qualcuno vorra’ sapere come la pensa potra’ andare li’ e provare a parlargli.
Non ha garantito che rispondera’ a tutti ma ci ha promesso che passando di li’ sentiremo la sua amorevole presenza. Sono 30 anni che con Angese dividiamo le esperienze fondamentali della vita e so che se dice una cosa poi la fa. Se non esistesse niente dopo la vita, ma proprio niente, il nulla pressofuso degli atei duri, in ogni caso questa sarebbe solo una regola generale. E sicuramente Angese costituirebbe l’eccezione.
Il fatto che l’universo abbia sue leggi e’ un suo problema non un nostro problema.
Si’, perche’ quando ti trovi a vedere una persona che affronta la morte, capendone la drammaticita’ e la tristezza capisci anche che sta compiendo un gesto che trascende i limiti della condizione umana. In fondo Dio, se anche dovesse esistere, non ha grandi meriti: e’ Dio, per lui e’ l’unica condizione possibile. Non fa nessuna fatica. Invece l’essere umano, per riuscire a affrontare con relativa serenita’ la fine della vita deve compiere un atto straordinario che camminare sull’acqua a confronto e’ una sciocchezza.
Sergio Angese e’ riuscito a dire a se stesso: ho vissuto alla grande, ho avuto una vita intensa, ho fatto esperienze grandiose, adesso e’ finita, vaffanculo, mi va bene cosi’.
Grande Angese, lo abbiamo ringraziato tutti, dicendogli che ci stava facendo un regalo mostrandoci come si possa morire in modo degno, concludendo la vita con eleganza, riuscendo a stemperare l’angoscia.
L’ultima immagine di Sergio, che porto con me, per l’eternita’: lui che viene sospinto via in barella per questi corridoi infiniti di questo ospedale fabbrica. Incredibilmente rimpicciolito – lui, che e’ sempre stato possente – con la testolina sprofondata tra le lenzuola, guarda il muro del corridoio che scorre con un sorriso, sembra un sorriso incantato, che avresti guardando un capolavoro, un tramonto o tuo figlio che gioca.
Mi piace pensare che guardasse la vita, che persiste anche in uno squallido corridoio d’ospedale, con lo stupore che merita.
E auguro a tutti voi che mi leggete di saper affrontare la morte come Sergio.
E vi auguro anche di avere una vita intensa e di gustarla il piu’ possibile. Secondo per secondo. E’ l’unico valore che ti ritrovi quando finisce.
E vi auguro di amare molto molti amici. Avrete piu’ occasioni per soffrire ma credo che sia bello avere intorno persone che ti amano quando la vita fisiologica termina. Soffrire per amore e’ un prezzo accettabile da pagare per il lusso di amare e essere amati.
Credo che si possa accettare la fine solo se hai assaporato quello che hai vissuto e lo hai condiviso.

Aggiungo due riflessioni.
Se e’ vero che la vita e’ una sola e’ anche vero che la morte e’ una sola.
Credo che morendo si compia un’azione attiva che ha uno scopo anche se non saprei dire quale.
Probabilmente scoprirlo e’ lo scopo della vita. Non e’ un gioco di parole.
Questo e’ un pensiero bifronte.
Da una parte sostengo che la morte potrebbe essere un fenomeno attivo che libera nell’universo l’energia mentale accumulata in una vita. E ipotizzo che lo scopo della vita e’ alimentare e far crescere l’universo, migliorandolo attraverso l’apporto di miliardi di cariche energetiche liberate dai decessi. La qualita’ dei decessi determina la potenza del miglioramento cui danno vita. Morendo bene diamo maggiori possibilita’ di essere felici a chi vivra’ dopo di noi.
D’altra parte la vita forse non ha uno scopo reale e quanto ho detto e’ privo di costrutto. Ma in quanto io lo affermo, questo pensiero esiste e se riesco a morire restandone convinto ho creato uno scopo nella vita.
D’altronde per provare questa affermazione posso solo esistere assaporando la vita, e cio’ da una parte mi dara’ piacere, dall’altra mi permettera’ di provare a me stesso che la vita ha un senso positivo e vale la pena migliorarla in quanto gia’ cosi’ mi permette di soddisfare la prima condizione essenziale: stabilire che la vita ha valore e quindi senso.
Forse la vita e’ priva di senso ma noi possiamo compiere il miracolo di vivere talmente intensamente da poter dire, alla fine, eccone il senso, l’ho inventato io, l’ho costruito io e ora nessuno puo’ mettere in dubbio che esista veramente.
Trovare il proprio senso della vita e’ un atto che travalica i semplici limiti che essa stessa ci impone.
E probabilmente io sono sotto shock, senno’ non avrei il coraggio di fare questi discorsi.

La nostra cultura rimuove la morte e poi la impaccheta in mille telefilm e telegiornali.
Non vogliamo parlare della morte ma non riusciamo a non pensarci. Non la affrontiamo come compimento del nostro lavoro di vivere e poi siamo disposti a pagare per vedere piu’ morti di quelli che ci passa gratuitamente la tv. Cosi’ ci abboniamo a Sky o andiamo al cinema.
Quanto sarebbe educativo invece discutere della propria morte anche a scuola e fare gite scolastiche in ospedale?
La morte e’ una grande maestra. E’ lei che ci insegna che la vita ha un immenso valore. La vita in se’, non i grandi successi. La vita: guardare, camminare, annusare, toccare, correre, baciare, giocare, godere, mangiare, accarezzare e dire stupidaggini.

Mi sono sempre chiesto come mi trovero’ io, come mi sentiro’ quando capiro’ che devo morire.
Ovviamente sommo privilegio sarebbe morire nel sonno. Ma se non mi e’ dato…
Stare vicino ad Angese in queste ore mi ha insegnato un grande trucco.
Io sono il mio stato mentale di adesso. Ed e’ ovvio che non possa pensare di dover affrontare la morte.
Ma quando ti trovi li’, e sai che morirai presto, avviene una metamorfosi istantanea nella tua mente. Lo shock agisce in qualche modo come una droga miracolosa e, se riesci a guardare in faccia la situazione, entri in uno stato irreale dove puoi persino dare un senso alla morte. Beh, magari un senso no… Ma riesci almeno ad accettarla, a farla in qualche modo tua.
Lo stesso mi e’ successo mentre andavo in ospedale la prima volta. Avevo paura di come avrei trovato Sergio dopo il primo intervento. Poi quando sei li’ lo shock ti aiuta e ti trovi ad essere la persona che puo’ affrontare quella prova. Pensare prima alle cose brutte non serve. Quando dovremo affrontarle, affiorera’ dalla nostra mente piu’ profonda un’identita’ sconosciuta, un altro me stesso capace di affrontare quello stato perche’ e’ nato apposta per farlo. Averlo capito mi ha dato una grande tranquillita’.
Io non devo morire. Io sono quello che deve vivere perche’ ora sto vivendo. Quando dovro’ morire sara’ un altro a doverlo fare. Uno specialista della propria morte.

2
Si muore una sola volta, abbiamo il diritto di farlo bene.
Se anche tu hai intenzione di morire (prima o poi), leggi qui.
Ospedali disumani e accanimento terapeutico.

Nell’altro articolo di oggi vi ho parlato di Sergio e di come ha affrontato la consapevolezza della sua morte imminente.
L’unico grande problema che ora ha lui e noi che gli vogliamo bene e’ che non e’ ancora morto. Il rischio terribile e’ che finisca invischiato in un episodio di accanimento terapeutico.
A che serve soffrire ancora quando non ci sono piu’ speranze?
Ognuno avrebbe il diritto di accomiatarsi dai suoi cari, ricevere qualche droga piacevole e poi un’anestesia totale, prima di ricevere una sostanza che ti termini senza dolore.
Ma come ben sapete, in Italia l’eutanasia e’ vietata.
E si tratta di un doppio crimine contro l’umanita’.
Infatti oltre a provocare il dolore del malato e dei suoi cari, negare l’eutanasia significa rendere molto piu’ difficile per un essere umano andarsene con una relativa serenita’.
Accettare l’idea della morte, accomiatarsi con un bel ricordo dalla vita, richiede una forza d’animo enorme.
Negare l’eutanasia significa portare l’essere umano oltre la sua capacita’ di sopportazione e metterlo davanti alla fine della vita in condizioni psicofisiche disastrose, quindi rende difficilissimo avere una buona morte.
E questo e’ un crimine orribile.
L’incivilta’ di questo paese si tocca anche qui.
E fa il paio con il modo nel quale sono organizzati molti ospedali.
Non tutti per fortuna.
Ma, ahime’, sono molti i reparti che funzionano malissimo, perche’ sono gestiti da primari insensibili o incapaci.
Credo che a tutti sia capitato di vedere la lentezza e la burocrazia, le attese e la disorganizzazione di molti ospedali. Le piccole incivilta’ di infermieri e medici che urlano e sbattono le porte.
Gabriella, mentre assisteva suo padre morente, protesto’ con un infermiere per il vociare del personale.
E lui rispose: “Ma siamo in ospedale, si sa che qui non si riesce a riposare!”
Poi c’e’ la piccola disumanita’ di lasciare i pazienti da soli, nella sala pre operatoria. Quando operarono mia figlia di appendicite l’accompagnai alla sala operatoria mentre lei era in barella. E non volevano che entrassi con lei a farle compagnia fino a che l’anestesia avesse fatto effetto. L’infermiere si avvicina e mi dice: “Lei non puo’ stare qui!” Potevo lasciare una bambina di 12 anni da sola, terrorizzata, ad aspettare l’anestesista?
Ero in una delle poche situazioni che mi rendono violento.
Dissi all’infermiere di chiamare la polizia e di avvisare che dovevano venire in tanti perche’ avevo intenzione di fare molta resistenza. Ovviamente mi lasciarono con la mia bambina fino all’anestesia e nessuno provo’ piu’ a rompere i coglioni con le stronzate burocratiche.
E’ assurdo che la battaglia per ottenere un’assistenza sanitaria piu’ efficiente e pietosa trovi cosi’ poco interesse nel Movimento per un mondo migliore. E’ uno dei punti chiave che tiene le grandi masse lontane dal Movimento. Il Movimento ha delle priorita’ politichesi e le grandi masse non sono stupide e scappano.
Priorita’ sbagliate.
Anche perche’ nessuno di noi e’ immortale e rischiamo nella nostra vita di dover fare i conti con l’assistenza sanitaria e l’accanimento terapeutico. Lottate adesso, farlo in punto di morte e’ un casino.

3
Perche’ oggi non pubblichiamo la terza puntata del romanzo.
Ieri e’ stata una giornata intensa. Con Sergio all’ospedale, l’intervento d’urgenza eccetera. Torniamo a casa di notte e c’e’ una bufera di neve. Riesco ad andare a dormire alle 3. E mentre dormo un ladro forza la porta di casa mia e mi ruba il computer, un meraviglioso Mac portatile color argento, con la terza puntata del romanzo. Avevo fatto una copia sulla pennina che avevo messo sulla libreria dentro la borsa del portatile. Hanno rubato anche quella. E oggi non ho proprio avuto la forza di riscriverla.
Ringrazio il ladro per non avermi sgozzato nel sonno.
E vi prego di pazientare fino alla prossima domenica.

Jacopo

PS: Se trovate in giro un Mac portatile, color argento 17 pollici, con un’ammaccatura sulla sinistra della tastiera, sulla ghiera dell’amplificatore, e’ il mio.

Constatare che la tua casa e’ stata violata e’ traumatizzante.
Ma forse riusciro’ a costruire una teoria positiva anche su questo.
L’intelligenza e’ l’arte di cambiare le carte in tavola.
C’era un tempo in cui nessuno voleva mangiare le interiora di bovino piene di cacca.
Poi qualcuno invento’ la TRIPPA.
Il resto e’ cronaca.

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2 Risposte to “Angese”

  1. francesco specchia Says:

    caro jacopo, hai ragione, Sergio se n’è andato con dignità estrema.
    Se mi avesse visto piangere come un vitello per tutto il pomeriggio alla notizia della sua dipartita, mi avrebbe sicuramente cazziato. Sergio non era solo un fratello maggiore. Con lui se n’è andato, quietamente, un pezzetto della mia coscienza di cronista (i cronisti sono notoriamente privi di coscienza). Era l’unica persona al mondo che solo a vederla -con quella sua aria ispida e quel suo ciondalare da John Wayne – ti dava l’esatta misura di quanto il nostro mestiere potesse essere contaminato dal sistema; ma anche ti mostrava come, frequentandolo anche solo per qualche ora, potevi rimetterti in riga con te stesso, con la tua dignità, con il tuo senso dell’onore. La schiena dritta e l’onestà sono doti bipartisan.
    In più Sergio aveva lo shining. Sapeva filtrare ogni cosa con l’ironia, tirava fuori pepite d’oro dal fiume di merda che ogni giorno ci scorre accanto. O almeno, scorre accanto a me, in una Milano sempre meno divertente che non dà più asilo politico nè alle speranze nè alle anime belle. Belle come Sergio. Direi che, con la sua tenera caparbietà ci ha insegnato a prendere per il culo il destino. Quando ci siamo incontrati in ospedale a Perugia (c’eri anche tu) mi ha sussurrato che aveva sognato Andrea Pazienza, che si erano dati appuntamento e che di là era tutto pronto per lui. Era tranquillo, aveva tracannato la vita e non se ne era affatto pentito. Il problema, ora, è per noi, semmai. Non sai quanto mi manca, il bastardone…
    un abbraccio
    Francesco Specchia

  2. Inno alla vita! « L’Eco Blog Decrescente a tutto G.a.s. di Arcano Sobrio Equo Felice Bio Pennazzi Says:

    […] strano è che un centinaio di utenti della rete cercando notizie sula sua dipartita sono capitati nel mio blog. Lasciando anche delle risposte. Internet funziona così, internet non ha cuore. Non sapete […]


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