Era al pane che pensavo…

  
Era al pane che pensavo,
quando mi hanno strappato tutto ciò che amavo.
Era al pane che pensavo,
quando il forno inghiottiva tutto quel che ero.
Era al pane che pensavo,
quando nemmeno più il suo odore sentivo.
Era al pane che pensavo,
quando non c’era più il “quando”.
Era al pane che pensavo,
quando ancora pensavo.
Perché pensare mi faceva paura.
Mi faceva paura accostarmi all’uomo,
se era questo quello che era in grado di fare.
L’uomo…
Una bricciola tra le dita che mi teneva in vita.

Era al pane che pensavo… – Arcano Pennazzi – Editrice “non c’è ancora”…

Oggi m’è venuto di scrivere questa poesia. Le poesie non si spiegano. Le poesie non si capiscono. Le poesie sono stupore. Arte, frecce che trafiggono il cuore, lampi che spezzano il cielo, bagliori che illuminano la notte, ombra per chi l’ha persa. Potrei finire qui, ma mi va di approfondire il “si capiscono”, ed “il lasciano il tempo che trovano”, meglio una narrazione che ti prenda per mano e ti conduca dal principio alla fine piuttosto che una poesia? E allora ti regalo l’antefatto, anzi proprio il fatto:
http://209.62.12.115/$sitepreview/azzurroscipioni.com/ita/diario29012008.asp
E’ al cinema Crocera di Brescia che devo curare una delle tante proiezioni del film “Il pianeta azzurro”, di Franco Piavoli.
Un delicatissimo e geniale film capace di narrare l’epica delle stagioni e il mistero di un “sempre” ciclico che ogni anno ripete l’intera storia del pianeta Terra.
La sala è colma di ragazzi delle medie inferiori, invasi da una motilità che ricorda il mercurio, fatta di gesti stupendamente inutili.
Oggi è la giornata della memoria e ne parlo con un vecchietto che lavora al cinema da pensionato, dando una mano in cabina di proiezione.
“Il pianeta azzurro. Il film è bello, è puro. Le immagini di natura, l’assenza di parole, l’armonia degli animali imprigionati in un loro destino cieco, potrebbero suscitare in qualsiasi spettatore sentimenti di gioia.
Ma non in me.
Io da quegli anni non posso più provare gioia perché appena il sorriso nasce sulle labbra, riappaiono le immagini della mia esperienza ad Auschwitz.” Dice l’anziano proiezionista.
“Sei stato ad Auschwitz?”
“Mi ci hanno portato. E ci sono rimasto a dialogare a tu per tu con la morte. Tre anni, due mesi, quindici giorni sei ore diciassette minuti e qualche secondo. Per mesi, dopo essere tornato ero ossessionato dal bisogno di riuscire a “ricostruire” il tempo esatto della mia interminabile morte. Perché lì eravamo comunque tutti morti, morti vaganti, morti immobili, morti inceneriti. Ci perdevamo nel lavoro e nel sonno cercando di non accorgerci che era impossibile dar retta a qualsiasi speranza di salvezza.”
“Però alla fine ci sei riuscito a salvarti.”
“Quando i russi sono arrivati ho sentito una donna che prima di morire ha mormorato ai soldati “Siete venuti a liberare la nostra libertà.”
Poi mi hanno chiesto se volevo bere e io ho chiesto l’ora, proprio come avevo fatto tre anni prima arrivando nei campi della morte.”
Il vecchietto sembra un personaggio da fiaba. Ha il volto buono e non si altera, neppure quando racconta che il suo lavoro consisteva nell’infilare centinaia di cadaveri al giorno all’interno dei forni crematori e spesso capitava che qualcuno fosse ancora vivo e lo doveva infilare lo stesso nel forno.
“In cambio, quando succedeva, la sera ci davano del pane.
Ho dovuto farlo anche se si trattava di miei amici. Erano loro stessi che mi incoraggiavano in silenzio, con uno sguardo, quasi a dirmi che li aiutassi a condurre finalmente a termine lo strazio di una vita negata.”
I miei occhi si riempiono di lacrime. Il vecchio se ne accorge.
“Non ho pianto io che l’ho fatto. Non piangere neppure tu, ma ricorda, non dimenticare mai e cerca di capire perché tutto ciò è accaduto. Io in tanti anni non ci sono riuscito”.
“Ma cosa pensavi mentre spingevi un tuo amico ancora vivo nel forno crematorio?”
“Pensavo al pane.”
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2 Risposte to “Era al pane che pensavo…”

  1. biaraven Says:

    “E VA BENE COSI’, SENZA PAROLE” DICEVA UNA CANZONE.
    EPPURE NON VE BENE COSI’, EPPURE RIMANE SENZA PAROLE, LA STORIA,
    L’OLOCAUSTO, IL DISASTRO UMANO, LE URLA DI CHI E’ MORTO E DI CHI VIVO,
    RARAMENTE VIENE ASCOLTATO. IO HO VISTO CON I MIEI OCCHI PARTE DEL
    DISASTRO DEL NAZISMO E DELLA DIVISIONE DI BERLINO E MI SONO AMMALATA.
    AMMALATA DI DOLORE. SEMBRA PAZZESCO EPPURE NON RIESCO AD ESPRIMERE TUTTO
    QUELLO CHE HO VISTO, MA SOPRATTUTTO SENTITO, RESPIRATO NELL’ARIA.
    RIMANE IL SILENZIO.
    VOLEVO SCRIVERE QUALCOSA SUL MIO BLOG, PER IL GIORNO DELLA MEMORIA, MA
    BEFFA DEL DESTINO PER UNA PERSONA AVVEZZA ALLA SCRITTURA, NON HO
    TROVATO LE PAROLE. E COSI’ SONO RIMASTA IN SILENZIO. LO FACCIO SPESSO,
    QUANDO GLI ACCADIMENTI SONO TROPPO IMPORTANTI, TROPPO FORTI, TROPPO.
    PASSO PER INSENSIBILE IO. IO CHE MI SONO AMMALATA, PER IL DOLORE DI UNA
    CITTA’, DI UN POPOLO CHE NON HA POTUTO VIVERE, MA SOLO MORIRE ATROCEMENTE, VELOCEMENTE TALVOLTA. MORIRE.

    GRAZIE PER AVERMI PERMESSO DI TRASFORMARE ALCUNE DELLE MIE LACRIME IN PAROLE…

    BIBA STARDUST
    http://www.biaraven.wordpress.com


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