Buona Pasqua Cristiana a tutte le anime Sante

http://www.youtube.com/watch?v=CKtCkOzZIn8

La canzone “Believe” è dei “Savatage”.

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Il viaggio è scoperta, vi regalo questa lettura piena di scoperte, a tema con la ricorrenza odierna.

Da “Il semplice oblio” di Silvano Agosti.

Micro contestualizzazione: il giovane protagonista diciassettenne è partito di casa alla ricerca del padre che anni prima senza dire nulla lasciò il figlio e la moglie alla loro storia, al loro destino. Dopo aver vagato per mezza Europa arriva in medio oriente.

 

Damasco

A Damasco incontro nelle strade solo cavalli, cammelli e automobili, quasi tutte “Mercedes”. Ogni tanto s’intravede qualche europeo, vestito all’occidentale che tra tutti questi barracani e abiti avvolgenti, sembra nudo.

Tutti i greci oltre i vent’anni hanno i baffi, tutti gli arabi oltre i trent’anni hanno la barba e tengono in mano una coroncina gialla, che fanno roteare in giri lenti e sgranano come fosse un rosario.

Un sacerdote comboniano m’invita a pranzo presso la sua congregazione.

Insalata fresca e costolette di pecora alla brace. Un pranzo vero e proprio.

Mi chiede mille “perché” e si stupisce della mia caparbietà nella ricerca del padre.

“Forse è più importante che trovi te stesso, più che continuare a cercare qualcuno che neppure ti vuole.

Più che una necessità la tua, si direbbe quasi una vendetta.

Lo vuoi scovare per dimostrare che tu,come figlio, vali molto più di lui come padre.

Forse se lo lasci in pace, prima o poi sarà lui a cercarti.”

“Lo dice anche mia madre, ma ormai sono nove ani che mio padre tace e si nasconde.”

Il padre comboniano è molto intelligente, parla sette lingue tra cui l’arabo e alcuni dialetti. Ha tradotto le poesie di un poeta analfabeta, di Damasco, che gli ha detteto i suoi versi a memoria.

“Qui l’ombra è una seconda luce

che sdoppia tutto ciò che vedo,

così l’ombra di una rosa

è una rosa più leggera.”

Mi porta a visitare una basilica completamente immersa nell’acqua.

Giriamo il perimetro delle mura afrescate muovendoci su una barca. Sul fondo s’intravedonoi mosaici del pavimento ingigantiti dallo spessore dell’acqua. In un silenzio di secoli il fruscìo della barca sembra un sussurro musicale, portato dal vento.

“Perché l’acqua è rossa?”

E’ frutto di una leggenda.

I turchi avevano assediato Damasco e interrotto ogni possibilità di rifornimento. La città era allo stremo, nell’attesa disperata dell’esrcito egiziano in marcia per portare soccorso agli assediati.

Un bambino di nove anni, per dissetare la sorellina che piangeva con le labbra riarse dalla sete, si era fatto un taglio nella mano e le aveva offerto il suo sangue.

La bambina si era quietata, ma il sangue continuava a sgorgare dalla mano del fratell e il bambino, impaurito, era entrato nella basilica per pregare dio che fermasse il sangue.

E proprio in risposta alla preghiera, la basilica si era riempita di acqua che, mischiandosi col sangue del ragazzo, si era tinta di rosso.

Tutta la città assediata aveva potuto finalmente dissetarsi e resistere all’assedio dei turchi, fino all’arrivo degli eserciti egiziani.

Da allora, dopo oltre sette secoli, nella basilica l’acqua sgorga ancora di color rosso per ricordare la leggenda.

Poi il sacerdote mi porta a visitare la Moschea degli Ommayadi, dove c’è la tomba di Giovanni Battista, il profeta che Erode ha fatto decapitare il cambio di una notte d’amore con la piccola Salomé.

Dopo la danza dei sette veli, la tredicenne si presenta nuda a Erode e la sua bellezza è così splendente che il re le chiede che dono vuole per accettare di darsi a lui. Qualsiasi cosa.

“La testa del Battista”suggerisce la madre.

Il padre comboniano racconta la storia nei minimi particolari.

La testa del profeta fu portata, come si sa, a Salomé su un vassoio d’argento.

Per volontà della piccola danzatrice, la testa viene messa nella camera da letto regale, perché il santo venga costretto ad assistere alla notte d’amore di Salomé con il re Erode.

Ma ecco il miracolo: a causa di un incontenibile sdegno e pur di non assistere all’amplesso d’amore tra il re e la bambina, la testa, attraverso la finestra, rotola via dalla stanza da letto in Gerusalemme e se ne va a Damasco.

“E’ arrivata proprio qui, vedi? Nel cenotafio detto appunto di San Giovanni Battista” mormora il sacerdote “dove è stata sepolta e da allora giace in pace.”

“Quanto dista Damasco da Gerusalemme?”

“Più di trecento chilometri.”

Guardavo la tomba del profeta e cercavo di immaginare il tragitto che la testa aveva compiuto rotolando tra le vie, i campi, i fiumi, le vaste zone desertiche, fino a fermarsi misteriosamente qui a Damasco, in questo spazio consacrato.

La moschea era stata edificata verso il sesto secolo sulle fondamenta di un tempio cristiano, che a sua volta era stato costruito sulle strutture di un tempio dedicato a Giove.

Da Giove a Gesù, da Gesù ad Allah. Onde e riflussi nel vasto mare della fede.

Dal minaretto di Oayt bey una voce lamentosa canta le preghiere della sera e dell’altro minaretto, detto “della Sposa” un’altra voce ancor più lamentosa risponde a intervalli di silenzio.

E dal terzo detto “minareto bianco” o “di Gesù” uno strumento simile a un flauto intona una musica flessuosa, leggera come una brezza matutina.

In questo viaggio mi sento trascinato da una mano invisibile, verso una meta precisa, che tuttavia non conosco.

L’idea di trovare mio padre mi possiede ancora, anche se il mondo, man mano che mi si rivela, tende a sbiadire i sentimenti relativi, per dar vita a emozioni più vaste.

Ora sono attratto dal mondo arabo, con la sua cultura così particolare e inaccessibile.

Ieri ho viaggiato per la prima volta su un dromedario.

Dalla periferia di Damasco fino alla grande strada che conduce in Giordania.

La prima sensazione era che l’animale soffrisse a causa del mio peso, ma il cammelliere, che parla un francese perfetto perché ha studiato a Parigi, mi ha spiegato che il dromedario può caricare senza fatica fino a tre quintali e che portare me è come per una donna tenere in braccio un neonato.

Il cammelliere dice che in Giordania posso mangiare qualiasi cosa mi offrano, ma non devo bere acqua, mai, solo “ciai”, solo thé.

Il “ciai” è un thé nerastro piuttosto aspro e va bevuto in piccolissime quantità, perché è molto eccitante.

Il cammelliere sostiene che è meglio se dormo sui camion o comunque non per terra, per via degli scorpioni giganti.

Gli ho detto che ho visto un saco di gente dormire per terra, tranquilla.

“Per noi è diverso, l’odore del nostro corpo, tiene lontani gli scorpioni, ma tu sei burro e miele, se dormi per terra gli scorpioni ti mangiano in un boccone.”

Ha fatto una gran risata e mi ha aiutato a scendere dal dromedario.

In due giorni sono arrivato a Gerusalemme.

Il centro del mondo occidentale.

La città è divisa in due parti, araba ed ebrea.

Alcuni muratori italiani stanno restaurando la moschea di Omar. M’invitano a mangiare una pastasciutta.

Hanno fatto arrivare pasta e formaggio in aereo dall’Italia.

La moschea ha la upola ricoperta d’oro zecchino.

Il sole, quando cala a picco, sembra incendiarla.

Ora cammino nel Sinedrio, un cortile, piuttosto comune, dove si dice Pilato abbia decretato la sorte di Cristo.

Proprio lì in quell’angolo della loggiail burocrate Pilato si è lavato le mani, consegnando un innocente ai carnefici.

La “folla”, anche se riempiva questo cortile, non poteva comunque superare una trentina di persone.

Dunque il destino di Gesù Cristo e di tutto l’Occidente è stato determinato dall’aggressività sfrenata di poche decine di esseri umani, probabilmente prezzolati.

E ancor più sconcertante appare il fatto che dal Sinedrio al Golgota, la pendenza della strada è quasi inesistente e misura solo poche centinaia di metri.

E poi nella basilica il santo sepolcro, si trova a qualche a qualche metro dal buco della croce.

In una grotta la superficie del sepolcro è divisa in molti quadrati, ognuno dei quali ospita una diversa professione religiosa, formando così vari altari.

Insomma, un luogo di fede.

ede purissima, in quanto nessuno dei luoghi “sacri” corrisponde minimamente alle descrizioni dei testi e comunque nessuno di essi esprime una qualche solennità.

La fiaba dolce del bimbo confortato dal bue e dall’asino, figlio di povera gente, che poco a poco scala la montagna dei secoli fino a divenire Dio in persona, troverebbe qui, nella realtà, fuori dal territorio misterioso della fede, solo…

A DOMANI, BUONA PASQUA! E NON MOLESTATE TROPPO GLI AGNELLI… LE UOVA SI’, QUELLE DICONO CADREBBERO UGUALMENTE DALLA GALLINA.

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