Disintossicarsi dal consumismo, anche l’arte è figlia della decrescita!

Intervista con Maurizio Pallante di Davide Pelanda
Tratta da Megachip

«Siamo tossicodipendenti della crescita e del consumo, siamo stati colonizzati nel nostro immaginario, abbiamo subito l’economicizzazione del nostro spirito: e i nuovi profeti ci colpevolizzano se non siamo sufficientemente calcolatori. Ma i drogati, si sa, sono vittime con la tendenza a continuare ad assumere la droga e non a curarsi. Sono le multinazionali come la Nestlé o la Total che finanziano i modi per impedire che noi, drogati del consumo, possiamo curarci». E’ l’“eretico”, il francese Serge Latouche, padre della decrescita che parla. E c’è chi condivide anche in Italia.

«Penso che Latouche abbia completamente ragione, dice Maurizio Pallante, presidente del Movimento per la Decrescita Felice in Italia (www.decrescitafelice.it) e che attualmente svolge un’attività di ricerca e divulgazione scientifica sui rapporti tra ecologia, tecnologia e economia. Anzi molte delle cose che lui ha detto sono di una importanza fondamentale. In particolare l’esigenza di porre la decrescita a fine dell’attività economica e produttiva è un concetto che rompe con uno dei fondamenti delle società industriali avanzate. E’ un concetto che non viene accettato perchè non viene fondamentalmente compreso.

Ho letto una critica che fa Piero Bianucci all’ultimo libro di Latouche in cui dice, in un esempio iniziale, che i bambini crescono e gli alberi crescono. Però non ha l’onestà intellettuale di dire che gli adulti non crescono più e che gli alberi, da un certo punto in avanti, non crescono più. Non è che la crescita è un fattore di qualità, lo può essere in certe condizioni. Mentre invece l’unica crescita che prosegue senza limitazioni è quella tumorale».

Ma che senso ha allora parlare di descrescita? E’ utopia? Va contro il Progresso?
«Bisogna saper distinguere che cosa significa realmente progresso e che cosa ci hanno fatto credere che esso significhi. Se come progresso si intende la capacità di accrescere in continuazione la quantità di oggetti materiali e di merci che consumiamo, allora questo è un falso progresso, come diceva già Pasolini. Se invece per progresso si intende un miglioramento delle condizioni di vita generalizzato e tendente ad allargarsi per tutta l’umanità non è possibile proseguire con questo modello: occorre saper distinguere tra i beni (cioè degli oggetti) ed i servizi che rispondono alle esigenze reali degli esseri umani e le merci che invece rispondono all’esigenza del Prodotto Interno Lordo ed all’esigenza di farlo crescere sempre più. I due valori non omogenei. Si può avere un aumento della produzione di merci e una riduzione della qualità della vita».

Ovunque sentiamo parlare di Pil, Prodotto Interno Lordo che dobbiamo far crescere per migliorare la nostra qualità di vita. E’ vera allora l’equazione più soldi=più ricchezza= più benessere?
«No, non mi risulta. Assolutamente. Perchè questo concetto non distingue tra l’idea di bene e l’idea di merce. I beni sono degli oggetti, dei servizi, che migliorano le condizioni di vita degli esseri umani, le merci sono degli oggetti e dei servizi che vengono scambiati con denaro. Il Prodotto interno lordo misura la quantità delle merci ma non verifica se le merci sono dei beni o meno. La capacità di distinguere tra i beni e le merci è fondamentale. Esistono delle merci che non sono beni ed esistono dei beni che non sono merci.

Due esempi: una casa malcostruita per essere riscaldata ha bisogno di 20 litri di gasolio al metro quadrato all’anno. Essa fa crescere il Pil più di una casa ben costruita che ne ha bisogno solo di 7 litri o addirittura meno. Tutta l’energia in più, che nel caso nel rapporto tra una casa da 20 e una casa da 7 litri è di due terzi, è una merce che fa crescere il Pil ma non è un bene perchè si disperde a causa della cattiva coibentazione dell’edificio. Abbiamo quindi una crescita del Prodotto Interno Lordo ma un peggioramento delle condizioni di vita: una casa che consuma 20 litri manda in atmosfera i due terzi di CO2 in più rispetto allo stesso edificio ben costruito.

Esistono anche beni che non sono merci e che non fanno crescere il Pil. Pensiamo ai beni, oggetti e servizi autoprodotti donati per amore: non vengono scambiati per denaro, non fanno crescere il Pil ma soddisfano delle esigenze umane in maniera molto migliore rispetto alle merci equivalenti».

Noi, consumatori grassi e tristi che sperperiamo ovunque; voi fedeli alla Decrescita ed al ritorno alle antiche abitudini contadine di un tempo, forse bucolica, felici e contenti. E’ così? Come si può fare affinchè anche i ricchi e sfrenati consumisti siano felici e non tristi?
«Questa cosa non è affatto bucolica, a parte che non c’è niente di negativo vivere in un ambiente sano, naturale. Ma se in questa maniera si pensa di ridicolizzare una aspirazione di un ritorno ad un passato mitico, siamo veramente fuori strada. La decrescita è felice perchè la riduzione della produzione del consumo di merci che non sono beni è un fattore che porta felicità. Essa richiede però più tecnologie rispetto ad una società basata sullo spreco delle risorse. In una casa che consuma 7 litri di gasolio per metro quadro, come dicevo in precedenza, si sta meglio fisicamente in quanto, non disperdendo il calore, le pareti sono calde e il nostro corpo è molto sensibile a quel calore più ancora di quanto non sia sensibile al calore dell’aria della stanza. Ci vogliono dunque tecnologie più avanzate che ci consentano di costruire case che consumano di meno, che ci facciano stare meglio, ci facciano essere più felici e contribuiscano a ridurre l’effetto serra. Esse quindi diventano un fattore, per quanto piccolo che sia, di miglioramento del benessere collettivo».

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Sarebbe interessante approfondire perché il “popolo” non capisce la Decrescita. Che poi non la capisce solo perché ha davanti agli occhi il sogno di diventare ricco, perché il mondo è una grande terra di conquista e non un regalo da rispettare. Un giorno approfondiamo, e comunque di certo essere poveri è sconveniente, il ricco può scegliere, il povero obbedisce.

Intanto permettimi di dirti che “l’arte” è frutto della decrescita. E già che ci sono ti regalo anche una poesia, figlia dell’arte, spero, frutto della decrescita, appunto!

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Parte con un raccontino strampalato:

…per la terza volta confermovi ed ho una serie infinita di testimoni ed un vissuto alle spalle che parla per me, dicente a voce chiara, forte e ben distinta che “sì, son proprio tutto scemo!” L’approcio al teatro e alla scrittura son solo una veicolazione dell’immenso patrimonio di deficienza sviluppato dalle sinapsi encefaliche datemi in permuta. Tento di veicolare perché qua nel mondo di fuori, di quelli che fanno affari, studiano, verticalizzano e massimizzano i profitti, dicono che i talenti vanno fatti fruttare. Ma io in cuor mio e colle punte delle dite battenti su questi cubettini intrisi di corrente vi dico che vedo fruttare solo merda. Forzature. Mica arte! E messo a verticalizzare faccio una cazzo di fatica… “Contestualizza stronzo!” Così mi dico, ma ammé mica mi piace far tutta sta cazzo di fatica! Alla democrazia preferisco una dittatura che mi lasci libero di fare quel cazzo che voglio quando minchia ne ho bisogno, ma forse sarebbe stucchevole. Nel mentre scorreggio, spernacchio e sputo. Mi gratto il culo quando serve e se mi fate girare le minchie vi mando pure affanculo! L’arte sta nell’estemporaneità della scorreggia. L’arte sta nel verso inconsueto e incomprensibile per chi va solo dritto. Il resto son cataloghi da sfogliare per scegliere come comporre il pezzo. Che cazzo vengo a fare a teatro? È più divertente vivere!

Scusate lettori telematici, non c’è contesto, e senza contesto non si capisce una mazza… ve lo spiego brevemente. Quel che avete letto poc’anzi, era una risposta ai miei compagni del teatro. Era un tentativo di uscire dal terreno protetto della finzione, teatro, dove si può dire qualsiasi cosa passi per la testa, copione. Il tentativo di portare lo spazio protetto del teatro nella vita. La semplice rivendicazione dell’arte. Quello che faccio tutti i giorni su questo spazio fatto di micro cip e fibre. Che per alcuni non è arte solo perché non remunerata, per il mio concetto e la mia ricerca di arte invece è proprio Arte perché NON remunerata! Perché libera di dire quello che vuole, quello che deve. Comunque non turbatevi, ancora poco e potrete pagarmi!

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L’Arte

 

L’arte sta nel piacere della cazzata.

Nell’abbandono del cervello razionale all’istinto.

E se ci metti cervello e studi,

poi devi tagliare e tagliare,

togliere e denudarti di tutto il nozionismo inutile

per tornare all’istinto, al primordio,

allo stupefacente, allo spontaneo,

al semplice ed immediato.

L’arte non va capita.

L’arte va lasciata andare.

L’arte va lasciata stare.

L’arte non va imparata e nemmeno incanalata,

quella è merce, l’arte si perde.

L’arte, l’arte…

è un percorso per conoscersi o per perdersi

ed io, me la sono giocata a carte.

 

Arcano Pennazzi – L’Arte – Editrice “non c’è ancora”… tra poco c’è!

 

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