Può un nazionalismo “sano” salvarci dall’imperante “falsa coscienza”?

di Andrea Bertaglio

L’Italia è da sempre un Paese noto per la grande varietà della sua cucina, delle sue tradizioni, dei suoi dialetti. Il “Made in Italy” si è sempre distinto per l’abilità dei nostri artigiani, per l’unicità di prodotti “cult” come la Vespa e la Cinquecento e, forse, per tutto ciò che è fatto con passione e con amore in generale, per tutto ciò che è piccolo e bello.
Attraversare la nostra penisola dalle Alpi ad Agrigento, o dai laghi al Salento, lascerebbe basito chiunque, non solo per l’incredibile varietà culturale e paesaggistica (cantieri a parte) che ci si ritrova davanti percorrendo una distanza relativamente breve (se paragonata al resto del mondo), ma anche per la particolarità forse ancor più italiana che europea di una miriade di micro-realtà che da secoli si perpetuano in ogni campo ed in ogni regione. Persino ciò che riguarda il vino non smentisce questa caratteristica variegatura italica, visto che siamo il Paese con il più alto numero di vitigni indigeni al mondo. Vogliamo parlare di opere d’arte? Ne abbiamo, da soli, più di tutto il resto del mondo messo insieme! Anche la nostra economia è basata per lo più sull’attività di piccole e medie imprese, ditte di artigiani ed imprenditori di vario tipo che nella maggior parte dei casi non hanno più di 15 o venti dipendenti.
Allora perché, con tutti questi motivi (che sono solo pochissimi esempi), dovremmo sentire l’orgoglio della nostra italianità mantenendo (letteralmente) fallimenti enormi quali Alitalia? Perché siamo stati colti da questa sindrome da gigantismo in tutto e dappertutto? Perché, con un tale potenziale artistico e paesaggistico, ci sono invece più turisti nelle discoteche spagnole e nei musei parigini? Perché continuiamo a spacciarci per grande nazione imperialista, che manda il suo (da sempre) squattrinato esercito in missioni che oltre tutto non giovano in nessun modo al benessere nazionale? Perché si vogliono costruire ancora centrali nucleari (oltre che a carbone), quando siamo ricchissimi di energie rinnovabili e culturalmente predisposti alla micro-cogenerazione diffusa? Perché parlano di grandi colture OGM, quando la forza dei nostri prodotti sta nella loro genuinità e nel loro gusto, sano e vero? Perché si progettano o avviano dispendiose e faraoniche opere che non solo non hanno alcun senso ed utilità, ma rovinerebbero (e rovinano) ulteriormente i paesaggi di cui sopra, già martoriati da una cementificazione selvaggia?
Berlusconi ed i suoi maggiordomi (sia alla maggioranza che alla cosiddetta opposizione, per non parlare dei media ufficiali), purtroppo non sono solo imbarazzanti a livello internazionale. Se fosse solo una questione di corruzione, clientelarismi e battute infelici, non sarebbe poi così grave. Certo l’immagine dell’Italia nel mondo sarebbe, ed è già, terribilmente compromessa (così come la possibilità di essere presi sul serio, almeno ogni tanto), ma non sarebbe la fine del mondo. Siamo abituati, ormai.
Il fatto è che questi signori parlano di cose con cui non si dovrebbe scherzare: energia nucleare (e relative scorie non smaltibili), OGM (e loro tuttora ignoti effetti sulla salute), grandi opere (e l’impatto socio-ambientale che hanno) non sono sullo stesso livello delle questioni riguardanti “calendive” diventate ministre da un giorno all’altro o l’abbronzatura di Obama. Le manie di grandezza di pochi non possono rappresentare un intero popolo, notoriamente pacifico e genuino negli usi e nei costumi. E’ successo in passato, ma gli esiti non sono stati molto felici. Quando la smetteremo, anche noi come popolo, di accettare tutto passivamente? E quando la smetteremo di giocare a fare gli americani? Come possiamo non capire che trovate come quella di privatizzare l’acqua (o l’istruzione o, un domani, la sanità), non solo vanno contro ogni morale, ma anche contro il nostro interesse?
Come possiamo non vedere che se certi ideali e certe strategie sono state un totale fallimento negli USA, non ha nemmeno senso parlarne in un contesto sociale e culturale come quello italiano?
Sarebbe ora di tornare ad un amore per la patria vero, magari ad un sano nazionalismo che ci porti non a chiuderci a riccio nei confronti del resto del mondo, ma che ci riporti ad una dimensione più locale e più consapevole di ciò che siamo, aprendo gli occhi su ciò che ci sta accadendo. Un nazionalismo, quindi, che contrasti la globalizzazione, non l’apertura verso ciò che è straniero, o semplicemente ritenuto “diverso”.
L’Italia era, con tutti i suoi problemi e difetti, un Paese povero ma bello, mentre negli ultimi decenni, cioè da quando ci siamo messi a fare i “ricchi” e gli “industrializzati”, abbiamo spesso dimostrato di essere agli antipodi di ciò che è un comportamento corretto e virtuoso (leggi corruzione, degrado ambientale, società e famiglia allo sbando). Abbiamo voluto fare gli americani, come nella canzone di Renato Carosone, ma dagli americani abbiamo preso quasi solo il peggio: iper-consumismo, privatizzazioni (anche se queste “all’italiana”), stili di vita assurdi, cibo e merce spazzatura. Ma ciò che avremmo dovuto imitare (come ad esempio la volontà/capacità di sbattere in galera per novant’anni politici e manager corrotti) l’abbiamo casualmente lasciato da parte.
Noi però non siamo l’America. Siamo un Paese che ha ancora più bisogno di un cambiamento, e che dovrebbe tornare ad essere orgoglioso ed allo stesso tempo consapevole di ciò che è stato, e, possibilmente, di ciò che sarà.
Ci vuole un nuovo tipo di nazionalismo, oggi, che non sia quello becero che ci fa pagare due milioni di euro al giorno per Alitalia, bruciare allo stadio bandiere di altre nazioni o sfogare le nostre ansie e frustrazioni nella xenofobia più ottusa. Ci serve un nazionalismo che vada oltre l’entusiasmo per le vittorie di Valentino Rossi o della nazionale ai mondiali di calcio. Non servono le grandi opere, i falsi bilanci statali e gli affari milionari degli OGM per far crescere il PIL (e il guadagno di pochi) e farci stare nel club del G8, se poi siamo un Paese palesemente vecchio, triste, depresso, sfiduciato, e, alla fine, per niente ricco.
Ciò che dovremmo aiutare a crescere non è il PIL, ma la nostra qualità di vita. Semplicemente tornando ad essere noi stessi. E scrostandoci di dosso la “falsa coscienza” che troppo spesso ci attanaglia.

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