La bestia educata a comprare: l’uomo…

Uccidere per comprare l’ultimo modello al super?

Ora si può!

Basta una mandria di affamati per gli acquisti, magari con lavoro precario, magari che lavorino 10/12 ore al giorno per sbarcare il lunario, magari che non abbiano assistenza medica e sanitaria, magari senza il diritto all’istruzione, magari che abbiano mutui che non estingueranno mai, magari che non siano padroni di niente ma sognino di diventare ricchi. Prendi un super che sta per aprire, un commesso che apre le porte, ed il gioco è fatto! Calpestato e ucciso dalla folla.

Ma la cosa più ridicola, pace all’anima del commesso, è che non se ne accorge nessuno di lui e dei propri piedi che lo schiacciano e maciullano. C’è solo da arrivare primi alla meta!

Dite che non è possibile!!? Basta vivere in balia della televisione e della pubblicità… Basta vivere desiderando d’acquistare la propria felicità.

La crisi economica è appena arrivata e son già tanti gli accorati appelli a comprare per non far crollare il sistema, “to big to crash” dice il saggio economista, troppo grande per crollare, crea disordine sociale e caos il crollo. Il governo ha già stanziato l’esercito, ha già varato nuove leggi, ha perfino fatto una carta bonus per i più poveri, la “social card” basta che continuiamo a comprare! Ma coi limiti di un pianeta allo stremo delle forze non ci si vuol confrontare, con una crescita demografica esponenziale non ci si vuol confrontare, con consumi crescenti perché crescenti le popolazioni e le proprie necessità non ci si vuol confrontare, cambiare rotta non interessa a chi ha paura e conosce solo la forza per imporre il proprio dominio, che sia di destra o di sinistra. Dopo quella economica e finanziaria arriverà la crisi energetica del petrolio, e rispunta il nucleare, poi quella dell’acqua, le multinazionali si sono già portate avanti comprandosela, e noi “poveri” cittadini e lavoratori a chiedere al sindacato di turno di difenderci e tutelarci. Il vero problema è che ci hanno strappato dalle campagne per farci lavorare nelle fabbriche e diventare cittadini e col tempo abbiamo perso il contatto ed il rapporto con le cose vere, col cibo, colla terra, col sole e con le nuvole, non sappiamo più far niente se non schiacciare bottoni. Non sappiamo più assolvere a nessuna nostra necessità e possiamo, anzi dobbiamo solo comprare. Comprare tutto! Non abbiamo ambizioni più alte che finire anche noi nella scatola piena di colori che ci dà un po’ di svago a fine giornata. Ma non c’è posto per tutti, c’è posto solo per chi sacrifica la sua vita al sogno di diventare qualcuno e per questo lotta. E lottare alimenta l’egoismo, crea miti, aspettative e divide. E con tutta la tecnologia esistente siamo ancora dietro lavorare tutto il giorno, chi ha la fortuna d’avercelo fisso, il lavoro, per produrre merci, continue, nuove merci, sempre più nuove, sempre più inutili. Ed il pensionato colla minima ci muore di fianco e noi a saltare su una pedana collegata alla tv, e se ha quattro soldi in tasca il vecchio se li gioca alla fortuna perché se gli arride fa il botto ed anche lui se li potrà godere gli ultimi giorni, e i parchi e le strade sono pieni di negri, sud americani che sporcano, spacciano e puzzano e noi restiamo dentro la nostra bella casa moderna e confortevole che almeno lei ci assomiglia perché per strada è uno schifo. Va tutto bene! Ottimismo gente! Voi credete davvero in questo?

Io vedo spiragli invece! Vado un mezzo fantastico che è la rete, prende da chi ruba facendosi pagare miliardi di soldi che non esistono, per distribuire a tutti gratis! Vedo campi e vallate sterminate piene di risorse, altro che le grandi città… vedo gente cresciuta nella paura e nel grigiore urbano che sa quello che vuole, ha solo bisogno di un po’ di coraggio per farlo! Obama investe su ecologia e internet, sarà un caso!!?

Il socialismo è necessario! E Bettino non c’azzecca niente col socialismo che ci serve! E’ la terra che lo implora! Non la sentite gridare? Non la vedete strepitare?

Non bisogna fare di più, produrre di più, lavorare di più, bisogna solo fare meno e meglio! Dare a tutti la possibilità di partecipare, le personalità più meritevoli spiccheranno ugualmente, anzi con maggior freschezza!

La terra produce, divide, ricicla, tutto crea, nulla distrugge e tutto trasforma da una forma all’altra! Prendiamo ad esempio, la terra! Perché la natura è semplicemente come funziona la vita in questo mondo, ed è perfetta!

Oggi ti sei risvegliato e questo è fantastico!

 

Comprare la propria infelicità produce morte

Di marcocedolin.blogspot.com per www.decrescitafelice.it

A Valley Stream, un sobborgo di New York è accaduto qualcosa che nella sua drammaticità rappresenta per molti versi la sublimazione del consumo per il consumo, così come lo vorrebbero i “timonieri” che ci governano attraverso esortazioni a consumare sempre di più, comunque di più, anche se per farlo saremo costretti ad indebitarci sempre più, fino al momento in cui le banche ci porteranno via la casa e la macchina insieme agli oggetti dei nostri acquisti e all’ottimismo che ci aveva indotto ad acquistare bulimicamente.

A Valley Stream lo scorso venerdì, quello che segue il giorno del Ringraziamento e tradizionalmente viene chiamato “Black friday” (in quanto inaugura il periodo degli acquisti natalizi e porta le casse dei commercianti ad uscire dal rosso) l’orgia del consumo, favorita anche dai fortissimi sconti praticati per attirare la clientela in un momento di crisi, ha raggiunto livelli mai sperimentati prima neppure negli Stati Uniti.

Venerdì alle 4,55 del mattino, quando la notte era ancora fonda ed in cielo tremolavano le stelle, circa 2000 persone si sono ritrovate assiepate dinanzi all’ingresso di un ipermercato della catena Wal-Mart, che proprio alle 5 del mattino avrebbe aperto le proprie porte sull’universo degli acquisti, fatto di schermi al plasma, forni microonde, macchine fotografiche digitali, cellulari all’ultimo grido, console per videogiochi, piumini imbottiti, robot da cucina e mirabilie di ogni genere. Molte di loro, per guadagnare le prime posizioni, si erano messe in fila già il giorno prima ed erano all’addiaccio nel parcheggio dell’ipermercato da 24 ore.

Quando ormai non mancavano che pochi minuti all’apertura, quasi fosse caduta preda di una sorta di fervore mistico, sconosciuto perfino a chi, come Berlusconi e Unieuro si dice pronto a giurare sull’onnipotenza dell’ottimismo, la folla ha iniziato a premere, sfondando i cancelli ancora chiusi e travolgendo qualunque cosa si frapponesse sul suo cammino. Ne ha fatto le spese Jdimypai Damour, impiegato temporaneo di 34 anni originario della Giamaica, travolto ed ucciso dalla folla che gli è letteralmente “passata sopra”, mentre sono rimaste ferite anche alcune persone scivolate a terra nella calca, fra le quali una donna incinta di 8 mesi.

Secondo le numerose testimonianze i “consumatori” non si sono minimamente curati dell’inserviente da loro stessi ammazzato e senza farsi alcuno scrupolo hanno perfino ostacolato i suoi colleghi che tentavano di soccorrerlo, interessati unicamente a razziare i prodotti sugli scaffali prima che gli stessi rischiassero di andare esauriti. Anche dopo l’arrivo dell’ambulanza e della polizia, il flusso dei clienti è continuato come se nulla fosse accaduto ed il rito degli acquisti natalizi è andato avanti per tutta la giornata rimpinguando le tasche di Wal-Mart.

Pur senza cadere nella retorica e nel facile moralismo, eccessi di follia come quello di Valley Stream, le cui dinamiche (fortunatamente non le conseguenze) ricalcano episodi accaduti anche in Italia, basti pensare agli incidenti al centro commerciale Panorama di San Mauro Torinese negli anni 90, inducono a riflettere su quanto in profondità l’imperativo del consumo per il consumo abbia ormai penetrato la nostra società, trasformandoci in individui disumanizzati che ambiscono unicamente ad interpretare il ruolo di tubi digerenti della produzione industriale.

Merci che per un sempre crescente numero di persone rappresentano ormai un vero e proprio surrogato dei sentimenti e delle emozioni, un rifugio sicuro all’interno del quale esorcizzare la mancanza di punti di riferimento esistenziali, la superficialità dei contatti umani, il vuoto assoluto di un viversi in modo esclusivamente materialistico, l’incapacità di trovare un senso all’interno di vite che non riescono a correre in profondità. Oggetti di consumo che diventano il terminale delle emozioni, dei sentimenti, dei sacrifici, delle attenzioni. Compagni fedeli che una volta “posseduti” non tradiranno mai, accettando di buon grado l’individuo con tutte le sue contraddizioni.

Trascorrere un’intera giornata festiva e affrontare il freddo della notte, accampati nel posteggio di un centro commerciale, per essere sicuri di non mancare l’acquisto del lettore dvd a metà prezzo o del frigorifero digitale super scontato, rappresenta senza dubbio una manifestazione di follia. Così come è folle l’atteggiamento di migliaia di persone che a notte fonda invadono le corsie di un ipermercato, preoccupandosi unicamente dei propri acquisti scontati, ignorando l’uomo da loro stessi ucciso pochi minuti prima che ancora giace steso per terra.

Ma tanta follia, esacerbata all’interno di episodi surreali come quello di Valley Stream, trova il proprio humus in una società come quella Occidentale all’interno della quale la valenza dell’essere umano viene misurata esclusivamente in virtù delle sue potenzialità di consumatore.

Dove chi non consuma a sufficienza non è un buon cittadino, dove l’esibizione degli acquisti superflui equivale all’affermazione del proprio status quo, dove occorre essere ottimisti anche quando si comprende che nel giro di pochi mesi ci si ritroverà a vivere in mezzo ad una strada, dove l’indice del PIL è diventato l’unico valore che conti, dove preservare gli incassi delle grandi catene di distribuzione durante il periodo natalizio è una questione di vita o di morte, dove facendo un lavoro interinale si può morire nel mezzo della notte, schiacciati dalla ressa che alle 5 del mattino sta invadendo le corsie alla ricerca del regalo di Natale a prezzo di sconto.

Può un nazionalismo “sano” salvarci dall’imperante “falsa coscienza”?

di Andrea Bertaglio

L’Italia è da sempre un Paese noto per la grande varietà della sua cucina, delle sue tradizioni, dei suoi dialetti. Il “Made in Italy” si è sempre distinto per l’abilità dei nostri artigiani, per l’unicità di prodotti “cult” come la Vespa e la Cinquecento e, forse, per tutto ciò che è fatto con passione e con amore in generale, per tutto ciò che è piccolo e bello.
Attraversare la nostra penisola dalle Alpi ad Agrigento, o dai laghi al Salento, lascerebbe basito chiunque, non solo per l’incredibile varietà culturale e paesaggistica (cantieri a parte) che ci si ritrova davanti percorrendo una distanza relativamente breve (se paragonata al resto del mondo), ma anche per la particolarità forse ancor più italiana che europea di una miriade di micro-realtà che da secoli si perpetuano in ogni campo ed in ogni regione. Persino ciò che riguarda il vino non smentisce questa caratteristica variegatura italica, visto che siamo il Paese con il più alto numero di vitigni indigeni al mondo. Vogliamo parlare di opere d’arte? Ne abbiamo, da soli, più di tutto il resto del mondo messo insieme! Anche la nostra economia è basata per lo più sull’attività di piccole e medie imprese, ditte di artigiani ed imprenditori di vario tipo che nella maggior parte dei casi non hanno più di 15 o venti dipendenti.
Allora perché, con tutti questi motivi (che sono solo pochissimi esempi), dovremmo sentire l’orgoglio della nostra italianità mantenendo (letteralmente) fallimenti enormi quali Alitalia? Perché siamo stati colti da questa sindrome da gigantismo in tutto e dappertutto? Perché, con un tale potenziale artistico e paesaggistico, ci sono invece più turisti nelle discoteche spagnole e nei musei parigini? Perché continuiamo a spacciarci per grande nazione imperialista, che manda il suo (da sempre) squattrinato esercito in missioni che oltre tutto non giovano in nessun modo al benessere nazionale? Perché si vogliono costruire ancora centrali nucleari (oltre che a carbone), quando siamo ricchissimi di energie rinnovabili e culturalmente predisposti alla micro-cogenerazione diffusa? Perché parlano di grandi colture OGM, quando la forza dei nostri prodotti sta nella loro genuinità e nel loro gusto, sano e vero? Perché si progettano o avviano dispendiose e faraoniche opere che non solo non hanno alcun senso ed utilità, ma rovinerebbero (e rovinano) ulteriormente i paesaggi di cui sopra, già martoriati da una cementificazione selvaggia?
Berlusconi ed i suoi maggiordomi (sia alla maggioranza che alla cosiddetta opposizione, per non parlare dei media ufficiali), purtroppo non sono solo imbarazzanti a livello internazionale. Se fosse solo una questione di corruzione, clientelarismi e battute infelici, non sarebbe poi così grave. Certo l’immagine dell’Italia nel mondo sarebbe, ed è già, terribilmente compromessa (così come la possibilità di essere presi sul serio, almeno ogni tanto), ma non sarebbe la fine del mondo. Siamo abituati, ormai.
Il fatto è che questi signori parlano di cose con cui non si dovrebbe scherzare: energia nucleare (e relative scorie non smaltibili), OGM (e loro tuttora ignoti effetti sulla salute), grandi opere (e l’impatto socio-ambientale che hanno) non sono sullo stesso livello delle questioni riguardanti “calendive” diventate ministre da un giorno all’altro o l’abbronzatura di Obama. Le manie di grandezza di pochi non possono rappresentare un intero popolo, notoriamente pacifico e genuino negli usi e nei costumi. E’ successo in passato, ma gli esiti non sono stati molto felici. Quando la smetteremo, anche noi come popolo, di accettare tutto passivamente? E quando la smetteremo di giocare a fare gli americani? Come possiamo non capire che trovate come quella di privatizzare l’acqua (o l’istruzione o, un domani, la sanità), non solo vanno contro ogni morale, ma anche contro il nostro interesse?
Come possiamo non vedere che se certi ideali e certe strategie sono state un totale fallimento negli USA, non ha nemmeno senso parlarne in un contesto sociale e culturale come quello italiano?
Sarebbe ora di tornare ad un amore per la patria vero, magari ad un sano nazionalismo che ci porti non a chiuderci a riccio nei confronti del resto del mondo, ma che ci riporti ad una dimensione più locale e più consapevole di ciò che siamo, aprendo gli occhi su ciò che ci sta accadendo. Un nazionalismo, quindi, che contrasti la globalizzazione, non l’apertura verso ciò che è straniero, o semplicemente ritenuto “diverso”.
L’Italia era, con tutti i suoi problemi e difetti, un Paese povero ma bello, mentre negli ultimi decenni, cioè da quando ci siamo messi a fare i “ricchi” e gli “industrializzati”, abbiamo spesso dimostrato di essere agli antipodi di ciò che è un comportamento corretto e virtuoso (leggi corruzione, degrado ambientale, società e famiglia allo sbando). Abbiamo voluto fare gli americani, come nella canzone di Renato Carosone, ma dagli americani abbiamo preso quasi solo il peggio: iper-consumismo, privatizzazioni (anche se queste “all’italiana”), stili di vita assurdi, cibo e merce spazzatura. Ma ciò che avremmo dovuto imitare (come ad esempio la volontà/capacità di sbattere in galera per novant’anni politici e manager corrotti) l’abbiamo casualmente lasciato da parte.
Noi però non siamo l’America. Siamo un Paese che ha ancora più bisogno di un cambiamento, e che dovrebbe tornare ad essere orgoglioso ed allo stesso tempo consapevole di ciò che è stato, e, possibilmente, di ciò che sarà.
Ci vuole un nuovo tipo di nazionalismo, oggi, che non sia quello becero che ci fa pagare due milioni di euro al giorno per Alitalia, bruciare allo stadio bandiere di altre nazioni o sfogare le nostre ansie e frustrazioni nella xenofobia più ottusa. Ci serve un nazionalismo che vada oltre l’entusiasmo per le vittorie di Valentino Rossi o della nazionale ai mondiali di calcio. Non servono le grandi opere, i falsi bilanci statali e gli affari milionari degli OGM per far crescere il PIL (e il guadagno di pochi) e farci stare nel club del G8, se poi siamo un Paese palesemente vecchio, triste, depresso, sfiduciato, e, alla fine, per niente ricco.
Ciò che dovremmo aiutare a crescere non è il PIL, ma la nostra qualità di vita. Semplicemente tornando ad essere noi stessi. E scrostandoci di dosso la “falsa coscienza” che troppo spesso ci attanaglia.

Il nuovo secolo americano

Documentario imperdibile. Vi prego di guardarlo tutto, perché dobbiamo sapere. Solo sapendo possiamo Cambiare.

Io spero in Obama e nella gente che lo ha votato perché tutto quel che vedrete nel documentario non abbia mai più ad essere. Io spero in Obama perché è mezzo nero, perché la fame, la carestia, la povertà e la schiavitù ce le ha nel sangue.

Fonte: Espresso 2002

 

Amount spent annually ($ billions)

Amount needed per year ($ billions)

 

105 alcool

5 sradicazione fame nel mondo

 

400 droghe

6 educazione per tutti

 

780 armi e armamenti

9 acqua potabile per tutti

 

1000 marketing

12 cibo per tutti e bisogni di base

 

1500 speculazione

40 sradicazione povertà

 

Lo 0.4% delle spese annue messe in moto dall’economia capitalista ogni anno risolverebbe i problemi di fame e povertà in tutto il mondo.

Ma non lo fa, la fame e la povertà sono scelte ampiamente ponderate da questo sistema di sviluppo economico.

Facciamo tutti il lavoro sbagliato! I nostri lavori inquinano, ci impoveriscono spirito, anima e corpo, sono strettamente necessari per sopravvivere ed arrivare a fine mese perché nessun governo ha mai avuto come scopo creare un sistema sociale vivibile, a misura d’uomo, a forma di cerchio, si sono sempre e solo costruite piramidi per detenere il potere e creare schiavi, poi cittadini, quindi elettori.

E’ necessario e urgente passare dal PIL al BIL (Benessere Interno Lordo), dall’economia dei capitali all’economia del dono. Smetterla di impegnare sudore, fatica e rischi in cambio di carta (soldi) che con l’attuale sistema bancario vengono garantiti da altra carta senza valore che impone a qualche d’un altro affamato di dover impegnare a sua volta: sudore, fatica e rischi, in cambio di carta. Ma se quella carta cominciamo a scambiarcela direttamente senza che per ogni scambio venga creato un debito? Cosa succederebbe? Perché il sistema sta in piedi sui debiti, sulle nostre vite investite a tappar debiti.

Io voglio solo Vivere, spero anche Voi…

Sembra che ce la stiamo facendo!!

Rivoluzione Decrescita Felice

di Andrea Bertaglio

I problemi che stiamo vivendo in questo preciso momento storico, siano essi di carattere economico piuttosto che finanziario, sociale o ambientale, non possono essere risolti con le pseudo-soluzioni offerte dal mondo politico-economico.
Cio’ di cui abbiamo veramente bisogno non e’ altra (improbabile) crescita economica, che invece di attenuare le disparita’ sociali le aumenterebbe ulteriormente. Non sono le mirabili innovazioni tecnologiche, le quail non riuscirebbero affatto a risolvere, nonostante la presunzione, i problemi ambientali.
Cio’ che ci serve piu’ di ogni altra cosa in questo momento e’ una riforma culturale, che la Decrescita, appunto, si e’ gia’ proposta di avviare.
Come? Cambiando alcune basilari regole comportamentali della nostra vita quotidiana, scegliendo (o forse semplicemente tornando a) stili di vita un po’ piu’ sobri di quelli attuali, passando dalla competizione alla collaborazione, dalla quantita’ alla qualita’, dallo spreco al risparmio (di denaro, di risorse, di energia, di tempo, a beneficio sia dell’ambiente che soprattutto delle nostre tasche e del nostro umore).
Nessuno ne’ ora ne’ andando indietro nella storia (a parte Robert Kennedy in un suo celebre discorso, circa tre mesi prima del suo assassinio!) si e’ mai sognato di mettere in discussione il paradigma della crescita economica e del Prodotto Interno Lordo. Che si pensi alle democrazie piuttosto che ai dispotismi, al socialismo piuttosto che al capitalismo, la crescita e di conseguenza un produttivismo forsennato sono sempre stati alla base dell’agenda politica di ogni partito, nel DNA di ogni ideologia.
Oggi siamo pero’ in un particolare momento storico. Ci stiamo scontrando con i limiti di questo tipo di sistema, con quelli ambientali e, non ultimi, con quelli interiori di una specie, quella umana, che evidentemente non riesce piu’ a sostenere l’insensata guerra che ha dichiarato gia’ da un paio di secoli sia alla natura che alla propria spiritualita’, ovviamente senza alcuna possibilita’ di successo.
Cio’ che ci resta da fare e’ prendere coscienza di cio’, dei nostri limiti, delle nostre reali necessita’ e priorita’. E cio’, ormai, e’ possible attraverso una rivoluzione. Una rivoluzione, pero’, come la intende Cornelius Castoriadis: non sanguinosa, che non porti ad una guerra civile; una rivoluzione culturale, appunto, resa possible dal “cambiamento di certe istituzioni centrali della societa’ attraverso la stessa attivita’ sociale, l’esplicita auto-trasformazione della societa’ concentrata in un breve periodo di tempo… Rivoluzione significa l’ingresso dell’essenza della comunita’ in una fase di attivita’ politica”.(1)
In altri termini, cio’ che ci serve ora e’ partecipazione, che sia essa politica oppure no. Abbiamo bisogno di risvegliarci dal torpore in cui siamo rimasti immersi negli ultimi anni (se non decenni), in modo da riprendere in mano sia la situazione generale che le nostre vite, e da ridare forma al nostro mondo per riempirlo nuovamente di sostanza.
Partecipare attivamente significa anche tornare a dare la giusta importanza a due delle colonne portanti della Decrescita: la convivialita’ e l’azione su scala locale (pensa globalmente e agisci localmente!).
Per fare cio’ il Movimento per la Decrescita Felice, probabilmente il maggior esponente della Decrescita a livello nazionale, e’ strutturato in diversi Circoli territoriali. Essere un membro MDF da’ modo di entrare in contatto con persone che come noi si sono proposte di dare un reale inizio alla suddetta rivoluzione.
MDF e’ un’associazione senza scopo di lucro, formata da persone che hanno la stessa visione e che condividono i metodi ed i tempi per metterla in pratica. La quota annuale chiesta ai soci ordinari, cosi’ come il volontario apporto dei simpatizzanti, non e’ l’ennesima macchina da soldi a cui siamo purtroppo abituati (anche il sottoscritto sta scrivendo per passione, non per denaro), ma un modo per supportare le spese di base di quello che in questo momento e’ un “gruppo” di persone che hanno gli occhi ben aperti, le idee ben chiare, e che hanno deciso di passare dalle parole ai fatti.
Nel contesto sociale in cui ci troviamo, inoltre, abbiamo decisamente bisogno di ricreare legami di amicizia e di fiducia che siano solidi ed affidabili, possibilmente con individui che sanno e sanno fare, e che condividono con gli altri non solo le proprie conoscenze, ma anche l’indisponibilita’ tipica della Decrescita a farsi soddisfare rapidamente dalle vuote promesse della societa’ dei consumi. Persone che, come avrebbe detto Adorno, facilmente respingono la saggezza stolta costituita dalla rassegnazione.

(1): C. Castoriadis, “Une societe’ a’ la derive”, Seuil, Paris, 2005

Clicca qui per capire come formare un circolo territoriale per la Decrescita Felice.

Arrakis – documentario poetico

http://arrakis.vh5n1.net

A parlare è Silvestro Capelli, un ex-operaio della storica Breda Fucine di Sesto San Giovanni.

Questo video, Arrakis, è un bellissimo documentario poetico di tributo ai luoghi e alle vittime del progresso industriale italiano.
Vedute di fabbriche abbandonate fanno da sfondo ad una voce trasformata dalla malattia, quella di Silvestro. Nel 1996 ha subito un intervento di laringectomia totale per estirpare un tumore causato dall’amianto inalato durante gli anni del lavoro in fabbrica.

***

Grazie a Nannolino e Tunszu amici incontrati rete facendo.

 

Diario di scuola (Daniel Pennac e l’auspicio della decrescita felice!)

 

Daniel Pennac “Diario di scuola”, 2008 ed. Feltrinelli

 

Oggi esistono cinque specie di bambini sul nostro pianeta: il bambino cliente da noi, il bambino produttore sotto altri cieli, altrove il bambino soldato, il bambino prostituto, e sui cartelloni nella metropolitana il bambino morente la cui immagine, periodicamente, protende verso la nostra indifferenza lo sguardo della fame e dell’abbandono.

Sono bambini, tutti e cinque.

Strumentalizzati, tutti e cinque.

 

Tra i bambini clienti vi sono quelli che dispongono dei mezzi dei loro genitori e quelli che ne dispongono; quelli che comprano e quelli che si arrangiano. In entrambi i casi, poiché il denaro non è quasi mai frutto di lavoro personale, il giovane acquirente accede alla proprietà senza contropartita. È questo, il bambino cliente: un bambino che, in una grande quantità di ambiti di consumo identici a quelli dei genitori o dei professori (abbigliamento, alimentari, telefonia, musica, elettronica, locomozione, tempo libero…) accede senza colpo ferire alla proprietà privata. Così facendo svolge lo stesso ruolo economico degli adulti incaricati della sua educazione e della sua istruzione. Come loro, costituisce un’enorme fetta di mercato, muove denaro (il fatto che non sia suo non conta), ha, come i suoi genitori, desideri che devono essere costantemente sollecitati e rinnovati affinchè il meccanismo continui a funzionare. Da questo punto di vista è una figura importante: un cliente a pieno titolo.

Consumatore autonomo.

Sin dai suoi primi desideri di bambino.

La cui soddisfazione dovrebbe misurare l’amore che proviamo per lui.

Gli adulti, anche se lo negano, non possono farci molto; così va la società di mercato: amare il proprio figlio (questo figlio così desiderato che la sua nascita scava nei genitori un debito d’amore senza fine) significa amare i suoi desideri, che ben presto si esprimono come bisogni vitali: bisogno d’amore o desiderio di oggetti, uno vale l’altro, giacchè la prova di questo amore passa attraverso l’acquisto di quegli oggetti.

Il desiderio di un figlio…

Già, ecco un’altra differenza tra il bambino di oggi e quello che ero io: sono stato un bambino desiderato?

Amato, sì, nella maniera della mia lontana epoca, ma desiderato?

Che faccia avrebbe la mia vecchia mamma, di cui abbiamo appena festeggiato centouno anni (ci metto davvero troppo tempo a scrivere questo libro) se le chiedessi a bruciapelo:

“a proposito, mammina, tu mi hai desirato?”.

“…?”

“Sì, mi hai sentito bene: sono stato un figlio espressamente voluto da te, da papà, da voi due?”

Vedo il suo sguardo posarsi su di me. Sento il lungo silenzio che seguirebbe. E, visto che siamo in vena di domande:

“Di un po’, come te la cavi, tu, nella vita?”.

Se tentassi di approfondire, otterrei al massimo qualche precisazione sulle circostanze:

“C’era la guerra, tuo padre era in licenza, poi ci ha lasciati a Casablanca, me e i tuoi fratelli, per partecipare allo sbarco in Provenza con la settima armata americana. E a Casablanca sei nato tu”.

O ancora, da brava madre del Sud:

“Avevo un po’ paura che fossi una femmina, ho sempre preferito i maschietti”.

Ma sapere se fui desiderato, no. A quell’epoca e nella mia famiglia c’era un aggettivo per definire simili domande: strambe.

Bene, torniamo al bambino cliente.

E chiariamo bene le cose: descrivendolo, non tento di presentarlo come un sibarita spregevole e superficiale, né tantomeno predico il ritorno al maglione sferruzzato dalla mamma, ai giocattoli di latta, ai calzini rammendati, ai silenzi famigliari, al metodo Ogino-Knaus e a tutto ciò che fa sì che la gioventù di oggi immagini la nostra come un film in bianco e nero. No, mi domando soltanto che razza di somaro sarei stato, se il caso mi avesse fatto nascere, poniamo, una quindicina di anni fa. Non c’è alcun dubbio: sarei stato un somaro consumatore. In mancanza di precocità intellettuale, avrei ripiegato su quella maturità commerciale che conferisce ai desideri degli adolescenti la stessa legittimità di quelli dei genitori. Ne avrei fatto una questione di principio. Già mi sento: Avete il vostro computer, anch’io ho diritto di avere il mio! Soprattutto se non volete che tocchi il vostro! E loro avrebbero ceduto. Per amore. Amore traviato? Facile a dirsi. Ogni epoca impone il proprio linguaggio all’amore famigliare. La nostra prescrive la lingua degli oggetti. Non dimenticate la diagnosi di Nonna Marketing: “È in gioco la sua identità”.

Come molti bambini o adolescenti che sento un po’ dovunque, avrei saputo convincere mia madre che la mia conformità al gruppo, quindi il mio equilibrio personale, dipendevano da questo o quell’acquisto:

“Mamma, devo assolutamente avere le ultime NNN!”.

Mia madre avrebbe forse voluto fare di me un escluso? Non bastavano già i miei pessimi risultati scolastici? Era il caso di rincarare la dose?

“Ti giuro, mamma, altrimenti faccio la figura del babbeo!” (Correzione: “babbeo” è un po’ datato, faccio la figura dello sfigato e non ci sto dentro! Ai suoi tempi Michel Audiard avrebbe parlato di minchione o di bamba. “Ma’, se non mi acchiappi ‘ste fanghe quelli mi pigliano per un minchione!)

E mia madre, amorevole, avrebbe ceduto.

Ma chissà se una quindicina di anni fa sarei stato l’ultimo nato di quattro fratelli? Mi avrebbero desiderato? Mi avrebbero concesso il visto di uscita?

Questione di budget, come tutto il resto.